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FILM

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La voce fuori campo di una bambina racconta la malattia del padre attraverso la sua particolare visione del mondo. La forza dell’infanzia che stravolge i canoni descrittivi e percettivi di un evento doloroso cogliendone il lato positivo.

Durata 5′ / Anno di produzione 2013 / Con Claudia Damiani / Regia di Ermelinda Coccia

 

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DOCUMENTARIO VIVO

Offidana, classe 1984, Ermelinda Coccia si diploma in grafica pubblicitaria presso l’Istituto d’Arte “O. Licini” di Ascoli Piceno, proseguendo poi il suo percorso artistico all’Accademia di Belle Arti di Urbino. Pur essendo iscritta al corso di Pittura, presenta come tesi il primo cortometraggio indipendente, “L’altalena”. Si trasferisce a Roma per frequentare la Libera Università del Cinema, dove incontra e ha modo di confrontarsi con personalità importanti, come Elena Ricci “Poccetto”, scenografa e madre di Elena Sofia Ricci.

IL CURRICULUM – Realizza “Weltanschauung”, un cortometraggio che denuncia l’alienazione dei media, interpretato da Emanuela Taschini e Raffaele Castria. Nel 2009 decide di concentrarsi sull’uso della telecamera e frequenta il Centro Sperimentale Televisivo di Roma, specializzandosi come operatore di ripresa. Ha collaborato come fonico al documentario “Liberamente” di Giulia Merenda e Silvia Giulietti, interamente girato all’interno del Carcere femminile di Rebibbia. Dal 2010 al 2011 collabora come secondo operatore per un canale di Sky Italia, girando documentari in Irlanda, Scozia, Svezia e Sud Africa. Tra le opere autoprodotte, il documentario “Me sem rom” che racconta l’ultimo anno del più grande campo rom d’Europa, il Casilino 900 di Roma. Il film è stato riconosciuto da Amnesty International e dall’Associazione 21 Luglio come documento di importante denuncia contro la violazione dei diritti umani. Successivamente partecipa al documentario “L’acqua dei Sibillini, sangue della tua terra” per la regia di Davide Falcioni, realizzato in occasione del referendum Acqua bene comune del 12/13 giugno 2011, con la partecipazione speciale di Neri Marcorè. Nel gennaio 2011 si trasferisce a Parigi raggiungendo il luogo in cui hanno operato registi a lei molto cari, come François Truffaut e Jean-Luc Godard. Attualmente lavora come tecnico presso l’emittente televisiva marchigiana “Vera TV”. Vivo è il documentario che ha appena finito di realizzare. Ispirato al film di Silvano Agosti “D’amore si vive”, rappresenta un percorso di ricerca sul senso della vita attraverso le parole di alcune persone che hanno scelto liberamente di farsi intervistare.

Chi sono i protagonisti del tuo film e come li hai scelti? I protagonisti del film sono sette. Roberta, un’artista performer, una giovane mamma che mi ha raccontato la nascita del figlio, avvenuta attraverso le mani e le cure di un medico buddista tibetano. Pierpaolo, sposato con una donna etiope molto più giovane di lui e dalla quale ha avuto una figlia. Pierpaolo mi ha introdotta al suo mondo di viaggi, un percorso dedicato alla ricerca della propria libertà individuale. Gianni, un uomo affetto da una grave malformazione fin dalla nascita. Gabriella, una donna malata di cancro che ha superato non solo l’operazione e la chemioterapia, ma tutte le battaglie psicologiche e sociali che una malattia simile può comportare. Mauro, ex tossicodipendente che ha trascorso tre anni nella Comunità di San Patrignano. Lola, semplicemente una donna nata in un corpo da uomo. Infine Claudia, una bambina di 7 anni. Non c’è stato un criterio prestabilito nella scelta dei personaggi. Solitamente quando mi appassiono ad un progetto lascio che le cose che mi circondano si intreccino al mio lavoro. Sono convinta che se si è attenti e sempre proiettati su ciò che si desidera raccontare, tutto arriva da solo ed è sempre più vicino di quanto ci si possa aspettare. Sono convinta che ogni giorno uscendo di casa incontriamo tutto quello di cui abbiamo bisogno, basta vedere, guardarsi attorno e prendere.

Qual è stata l’intervista che più ti ha colpito e perché? Sono innamorata di tutti e sette, per il semplice motivo che queste persone si sono spogliate della loro intimità molto naturalmente. Comunque sono due le interviste che più mi stanno a cuore: quella a Claudia e quella a Lola. La prima perché invidio profondamente i bambini, li osservo sempre e cerco di ascoltarli per recuperare da loro quella spontaneità e quella purezza che di certo avrò avuto anche io nei primi anni della mia vita. Parlo di invidia perché sento spesso la mancanza di quella visione della vita che si ha quando ancora è tutto in divenire. Purtroppo con il passare degli anni ci si irrigidisce, per tanto credo sia fondamentale in età adulta ascoltare i bambini e ricordare, riappropriarsi della freschezza, della creatività ma in particolar modo della semplicità di essere nel mondo. Claudia mi ha colpito molto più di altri bambini per il suo modo schietto di spiegarsi. Mentre la intervistavo ho pensato spesso che non sarebbe stata credibile, tanto erano interessanti le cose che diceva, tanto era forte la maniera in cui spiegava la vita e la morte o la guerra. Infatti in molti mi hanno domandato se era stata in qualche modo preparata. Forse questa è l’ennesima conferma che bisogna ascoltare i bambini e apprendere molto da loro. Lola invece mi ha totalmente rapita, non avevo mai parlato a lungo con una donna nata nel corpo di un uomo. Ascoltare il percorso di una donna che lotta per la ricerca della propria identità è qualcosa di meraviglioso, fa venire voglia di correre, di darsi da fare, di tentare tutto pur di raggiungere un obiettivo. Lola è la prova che se una persona sa chi è e vuole che gli altri la vedano nella sua vera natura, basta donarsi con costanza, intelligenza e forza, senza rinunce.

Confrontando le testimonianze dei tuoi intervistati con quelle dei protagonisti del film di Agosti, hai riscontrato un cambiamento tra i due contesti storici e sociali? A dirla tutta, sì. Silvano Agosti girò la sua ricerca “D’amore si vive” nel 1984, fra l’altro l’anno della mia nascita, forse allora le persone si sentivano molto più libere di oggi e molto più ‘rivoluzionarie’. Ovviamente le persone cambiano insieme al contesto sociale in cui vivono e forse oggi noi siamo molto più introspettivi, malgrado i media ritraggano un popolo sfacciato di veline e pornostar. Credo che questa visione sia solo la copertina di un popolo intrappolato, per esempio, nel boom dei social network. Un meccanismo di chiusura che non aiuta il dialogo con gli altri e nel quale vedo un individualismo che non può che peggiorare lo stato attuale del Paese.

Il tuo progetto potrà avere pubblicità e distribuzione grazie alla partecipazione di diversi sostenitori, che ti hanno aiutato economicamente con donazioni spontanee. Credi che sia un modo efficace per dare visibilità al lavoro e talento di tanti giovani? Credo sia molto utile appoggiarsi a questi metodi alternativi in un periodo storico nel quale emergere diventa sempre più difficile. Il crowdfunding è un processo collaborativo di un gruppo di persone che utilizzano il proprio denaro in comune per sostenere gli sforzi di persone ed organizzazioni. Esistono molti siti nei quali giovani registi possono richiedere un sostegno economico a tutti coloro che trovano interessante il loro progetto. Per quanto mi riguarda mi sono appoggiata alle Produzioni Dal Basso  e invito chiunque voglia sviluppare un progetto a visitare il sito. Certo, poi oltre al finanziamento economico, quando si ha a che fare con un progetto auto prodotto o comunque prodotto dal basso, bisogna fare i conti con la distribuzione, che è poi la parte più difficile se non si ha una produzione alle spalle. Ma è già tanto avere la disponibilità di fondi per sviluppare la propria idea.

Che tipo di reazione ti aspetti da coloro che vedranno il tuo film e ci puoi anticipare dove verrà proiettato? Ho cominciato da piccolissima a guardare film. Quando mi sono accorta che attraverso questa forma di arte potevo rapportare la mia vita a tutto ciò che le immagini e i racconti mi trasmettevano, ho capito che mi sarebbe piaciuto svolgere quel mestiere. Ho deciso di sviluppare una ricerca sul senso della vita perché persone come me si confrontassero con ciò che il film andrà a raccontare. I personaggi di “Vivo” spiegano il loro percorso con emozioni differenti. Mi auguro che il pubblico, attraverso di loro, si tuffi nella propria vita in un colpo solo. Come dicevo, la distribuzione è dura se non si ha una produzione alle spalle che organizza le proiezioni pubbliche. Purtroppo non ci sono ancora delle date stabilite. Non appena riuscirò ad organizzare un programma, sarà visibile sul mio blog. Certamente cercherò di organizzare una proiezione nel mio paese, Offida, poi spero di trovare delle sale in Italia disposte ad accogliere il mio lavoro.

di Anna Romana Sebastiani
http://www.primapaginaonline.it

La ricerca documentario “Vivo” di Ermelinda Coccia, ispirata al film “D’amore si vive” di Silvano Agosti, ha raggiunto ieri pomeriggio le 200 quote, riuscendo a finanziarsi attraverso il crowdfunding.

 

Il progetto del documentario, caricato sul sito www.produzionidalbasso.com, in meno di un anno ha raggiunto lo scopo, grazie a numerosi sostenitori che hanno prenotato la loro quota minima di 10 euro per contribuire attivamente al progetto.

Tutti coloro che hanno acquistato almeno una quota, sono dunque, a tutti gli effetti, co-produttori della ricerca e i loro nomi figureranno nei crediti dei titoli di coda, nella sezione dedicata alla produzione.

I sostenitori sono per la maggior parte italiani ma non è mancata partecipazione anche dalla Francia, dove l’autrice ha girato alcune scene e terminato la post produzione del documentario.

di Tvfreelance

 

 

MARTINSICURO (TE) – Domenica 15 Luglio, alle ore 21.30, presso la Torre Carlo V, sarà presentato in anteprima Vivo, l’ultimo progetto di Ermelinda Coccia.

Un frame del film

Vivo – spiega l’autrice –  non lo considero proprio un film, né solo un documentario, ma una raccolta di storie personali, di vite che scelgono di condividere la propria intimità con il pubblico.
Sono sette i personaggi intervistati, ognuno di loro con un percorso di vita differente. Troviamo una giovane madre, un uomo che ha scoperto come rivendicare la propria libertà, una donna che convive con una malattia terminale, un uomo affetto da amèlia che assapora tutti i piaceri quotidiani malgrado la malformazione fisica. E ancora, un ragazzo sopravvissuto a due overdose, una donna che riconosce la sua vera identità e una bambina di sette anni che ci consiglia come essere felici e come amarsi, senza ricorrere all’egoismo e al potere.”

Durante la serata di apertura della terza edizione del Martinbook Festival, verrà proiettato il promo del film e a seguire, Davide Falcioni, giornalista freelance, aprirà un dibaditto sull’opera.

 

Ermelinda Coccia ci racconta che la motivazione che l’ha spinta a girare una ricerca sul senso della vita – è stata la semplice volontà di scoprire, attraverso delle testimonianze, quale fosse il filo conduttore che legasse le persone alla loro vita. Attraverso il girato e la conoscenza delle persone che ho intervistato, ho notato che ognuna di queste ha avuto durante il proprio percorso di vita, e ha tutt’ora, una profonda riconoscenza dell’altro. La condivisone, il donarsi e il ricevere dall’esterno è la tematica che ritorna costantemente per tutta la durata del film, una scoperta innanzi tutto per me e per la mia visione del mondo e delle cose.

Vivo è un film che oltre a raccontare l’intimità di sette vite e di conseguenza, l’importanza della vita di ognuno, vuole smuovere le coscienze alla comunicazione, evitando l’isolamento.

La regista infatti precisa che – oggi siamo portati a nasconderci dietro dei meccanismi di chiusura e finta condivisione con l’esterno, ci si dimentica della realtà, confondendo ad esempio la pubblicazione di un post su facebook, con il contatto fisico e diretto. La mia ricerca mette in luce l’importanza delle singole esistenze e il fatto che ognuno di noi è nel mondo per un motivo preciso, che tutti esistiamo dal momento in cui ci scambiamo con l’altro. E denuncia la mancata comunicazione tipica della società odierna, l’annullamento dell’aspetto più reale e significativo della propria personalità, scambiato con una visione rarefatta del se, che partecipa inevitabilmente all’incomunicabilità verso ciò che ci circonda.

Il film è stato girato tra l’Italia e la Francia senza alcun finanziamento esterno “Sono andata a casa delle persone che volevo intervistare con la mia vecchia automobile o con l’autobus o con il treno – racconta l’autrice – dispongo fortunatamente di una buona telecamera e di un computer per l’editing video che mi hanno permesso di realizzare il tutto in casa. Ovviamente non vanno tralasciate le persone che hanno sposato il progetto, come l’associazione Pangea Lab che mi ha gentilmente dato in prestito l’attrezzatura audio e una seconda telecamera. Professionisti come Corrado Saija e Alessandro Pedretti che hanno regalato al mio film una colonna sonora meravigliosa, una musica che racconta nel dettaglio ciò che ho provato incontrandomi con le persone che ho intervistato.

Proprio per la mancanza di fondi, il progetto è stato caricato sul sito http://www.produzionidalbasso.com in modo da poter usufruire del crowdfunding. Fino al 29 settembre 2012 tutti possono contribuire alle spese di stampa dell’opera. Riguardo la distribuzione invece, l’autrice è ovviamente disponibile ad incontrarsi con tutte quelle case di produzione e distribuzione che ritengano il film un progetto sul quale investire. Per contattare la regista e avere maggiori informazioni sull’opera basta andare sul suo blog http://www.ermelindacoccia.wordpress.com.

di Tvfreelance