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La ricerca documentario “Vivo” di Ermelinda Coccia, ispirata al film “D’amore si vive” di Silvano Agosti, ha raggiunto ieri pomeriggio le 200 quote, riuscendo a finanziarsi attraverso il crowdfunding.

 

Il progetto del documentario, caricato sul sito www.produzionidalbasso.com, in meno di un anno ha raggiunto lo scopo, grazie a numerosi sostenitori che hanno prenotato la loro quota minima di 10 euro per contribuire attivamente al progetto.

Tutti coloro che hanno acquistato almeno una quota, sono dunque, a tutti gli effetti, co-produttori della ricerca e i loro nomi figureranno nei crediti dei titoli di coda, nella sezione dedicata alla produzione.

I sostenitori sono per la maggior parte italiani ma non è mancata partecipazione anche dalla Francia, dove l’autrice ha girato alcune scene e terminato la post produzione del documentario.

di Tvfreelance

 

 

Xavier Dolan, 23 anni, canadese. Regista, produttore, montatore, sceneggiatore e ideatore dei costumi della sua terza pellicola da regista, Laurence Anyways, presente a Cannes nella sezione Un Certain Regard.

Il film è appena uscito nelle sale francesi e affronta la tematica complessa della transessualità, senza tralasciare alcuna sfumatura. Concedendoci delle scelte registiche che vanno da riprese alla Lars Von Trier, realizzate con macchina a spalla, passando per lunghi piani sequenza, fino ad arrivare alla video arte più pura.

Laurence ha trenta anni, insegnate e amante della letteratura. Da due anni convive con Fred, una ragazza con una forte personalità che lavora in noti set cinematografici come assistente alla regia.

Il film è ambientato in Canada e percorre dieci anni di vita di Laurence a partire dal 1989, quando scopre di essere una donna. Lo spettatore è guidato, fra rabbia e senso di vittoria,  lungo le difficoltà di chi, intrappolato in un corpo sbagliato, sceglie coraggiosamente di essere se stesso.

 

Il viaggio comincia quando Laurence, uscendo allo scoperto, rivela a Fred “voglio essere una donna, per più di trent’anni ho mentito a me stessa e mi sono travestita da uomo, ma ora non posso più continuare così“.

Da questo momento il film trasporta il pubblico verso una violenta riflessione sulla libertà dell’uomo, la libertà di esprimersi, di essere, di amare e confrontarsi con gli altri semplicemente per quello che si è.

E’ palese la tendenza dell’uomo ad etichettare come “diverso” ciò che non comprende o non conosce. Evidente l’emarginazione sul posto di lavoro, in famiglia e nella società. E’ inoltre ben sottolineata la difficoltà di mantenere vivo un rapporto d’amore quando i cambiamenti sono drastici e complicati.

Trovo incredibile la descrizione del rapporto d’amore fra Laurence e la sua donna, che ritroviamo per tutta la durata della pellicola. In particolare il momento in cui entrambi si ritrovano a dover affrontare il loro amore in maniera completamente diversa, Fred si ritrova ad avere una donna come amante e Laurence, non solo scopre di essere una donna ma allo stesso momento è cosciente di essere ancora, e di essere stata, innamorata di una donna.

La maniera sfrontata e allo stesso tempo delicatissima, con la quale è descritta la situazione, dà del merito al giovane regista, non a caso omosessuale ed evidentemente preparato alle problematiche da affrontare quando si sceglie la verità piuttosto che la vergogna.

Vediamo scene nelle quali Fred prende in mano la situazione e aiuta Laurence a truccarsi per la prima volta, o il momento in cui entra in un negozio per comprarle una parrucca permettendole di sentirsi più a suo agio, l’attimo in cui si ribella per Laurence dopo che una cameriera di un bar la accusa di avere un’aspetto confuso e poco riconoscibile. Ancora il momento dell’abbandono, da parte della famiglia di Laurence, da Fred stessa, che malgrado i sentimenti, desidera ancora un uomo accanto. Il licenziamento, la facilità di essere derisi per strada, al supermercato, ovunque.

Malgrado tutto, prevale sempre, la tenacia di chi sa cosa vuole. Laurence si batte per i suoi diritti per dieci anni, malgrado abbia perso l’amore, malgrado la sua famiglia si sia allontanata silenziosamente, malgrado le sia stato vietato di insegnare ancora nella sua scuola. E arriva alla vittoria attraverso la sua passione più grande, pubblicando un libro sulla sua storia.

Gran parte del merito della riuscita di Laurence Anyways va di certo all’interpretazione di Melvil Poupaud, attore, regista e musicista francese, che ha saputo plasmare il personaggio di Laurence dalla parte maschile dell’inizio, arrivando a quella femminile in maniera impercettibile, facendo in modo quindi che la trasformazione del personaggio fosse recepita come un passaggio naturale.

La pellicola è stata accusata di peccare di alcune lungaggini, la durata è di ben 2 ore e 39 minuti, ma trovo questa verità poco rilevante nel complesso, se accostata ad un racconto decisamente perfetto di una tematica tanto complicata. La regia che oscilla da una dimensione realista del documentario a quella visionaria della video arte, combacia pienamente con ciò che viene raccontato: ritrovarsi a dover modificare una finzione che la realtà ci ha dato dalla nascita.

E. Coccia

su AGORAVOX

MARTINSICURO (TE) – Domenica 15 Luglio, alle ore 21.30, presso la Torre Carlo V, sarà presentato in anteprima Vivo, l’ultimo progetto di Ermelinda Coccia.

Un frame del film

Vivo – spiega l’autrice –  non lo considero proprio un film, né solo un documentario, ma una raccolta di storie personali, di vite che scelgono di condividere la propria intimità con il pubblico.
Sono sette i personaggi intervistati, ognuno di loro con un percorso di vita differente. Troviamo una giovane madre, un uomo che ha scoperto come rivendicare la propria libertà, una donna che convive con una malattia terminale, un uomo affetto da amèlia che assapora tutti i piaceri quotidiani malgrado la malformazione fisica. E ancora, un ragazzo sopravvissuto a due overdose, una donna che riconosce la sua vera identità e una bambina di sette anni che ci consiglia come essere felici e come amarsi, senza ricorrere all’egoismo e al potere.”

Durante la serata di apertura della terza edizione del Martinbook Festival, verrà proiettato il promo del film e a seguire, Davide Falcioni, giornalista freelance, aprirà un dibaditto sull’opera.

 

Ermelinda Coccia ci racconta che la motivazione che l’ha spinta a girare una ricerca sul senso della vita – è stata la semplice volontà di scoprire, attraverso delle testimonianze, quale fosse il filo conduttore che legasse le persone alla loro vita. Attraverso il girato e la conoscenza delle persone che ho intervistato, ho notato che ognuna di queste ha avuto durante il proprio percorso di vita, e ha tutt’ora, una profonda riconoscenza dell’altro. La condivisone, il donarsi e il ricevere dall’esterno è la tematica che ritorna costantemente per tutta la durata del film, una scoperta innanzi tutto per me e per la mia visione del mondo e delle cose.

Vivo è un film che oltre a raccontare l’intimità di sette vite e di conseguenza, l’importanza della vita di ognuno, vuole smuovere le coscienze alla comunicazione, evitando l’isolamento.

La regista infatti precisa che – oggi siamo portati a nasconderci dietro dei meccanismi di chiusura e finta condivisione con l’esterno, ci si dimentica della realtà, confondendo ad esempio la pubblicazione di un post su facebook, con il contatto fisico e diretto. La mia ricerca mette in luce l’importanza delle singole esistenze e il fatto che ognuno di noi è nel mondo per un motivo preciso, che tutti esistiamo dal momento in cui ci scambiamo con l’altro. E denuncia la mancata comunicazione tipica della società odierna, l’annullamento dell’aspetto più reale e significativo della propria personalità, scambiato con una visione rarefatta del se, che partecipa inevitabilmente all’incomunicabilità verso ciò che ci circonda.

Il film è stato girato tra l’Italia e la Francia senza alcun finanziamento esterno “Sono andata a casa delle persone che volevo intervistare con la mia vecchia automobile o con l’autobus o con il treno – racconta l’autrice – dispongo fortunatamente di una buona telecamera e di un computer per l’editing video che mi hanno permesso di realizzare il tutto in casa. Ovviamente non vanno tralasciate le persone che hanno sposato il progetto, come l’associazione Pangea Lab che mi ha gentilmente dato in prestito l’attrezzatura audio e una seconda telecamera. Professionisti come Corrado Saija e Alessandro Pedretti che hanno regalato al mio film una colonna sonora meravigliosa, una musica che racconta nel dettaglio ciò che ho provato incontrandomi con le persone che ho intervistato.

Proprio per la mancanza di fondi, il progetto è stato caricato sul sito http://www.produzionidalbasso.com in modo da poter usufruire del crowdfunding. Fino al 29 settembre 2012 tutti possono contribuire alle spese di stampa dell’opera. Riguardo la distribuzione invece, l’autrice è ovviamente disponibile ad incontrarsi con tutte quelle case di produzione e distribuzione che ritengano il film un progetto sul quale investire. Per contattare la regista e avere maggiori informazioni sull’opera basta andare sul suo blog http://www.ermelindacoccia.wordpress.com.

di Tvfreelance

Egitto. Un’operaia riceve tutti i giorni delle avances su un autobus, una donna benestante accoltella un uomo dopo essere stata aggredita per strada, un’aspirante attrice vive nel ricordo di uno stupro senza redenzione.

Sono scene dell’opera prima Cairo 678, di Mohamed Diab, un giovane sceneggiatore egiziano che ha avuto il coraggio di imprimere su pellicola la tematica dell’emancipazione e la difesa dei diritti delle donne.

Il film prende spunto da un fatto realmente accaduto: il caso di Noha Roshdi, regista ventisettenne che trascinò in tribunale il suo molestatore, riuscendo ad ottenere la prima condanna della storia per le molestie sessuali in Egitto. Prima di Noha, l’Egitto non considerava tale molestia un reato giuridico.

Non parliamo di vicende primordiali ma del 1 ottobre del 2008, giorno in cui la Corte criminale del Cairo condanna a tre anni di carcere più un’ammenda di 5.000 lire egiziane il molestatore di Noha.

La giovane regista cammina lungo la strada, quando il conducente di un pik-up, dopo averla riempita di insulti, l’afferra per il seno trascinandola sull’asfalto per qualche metro.

Sono innumerevoli le donne egiziane che possono testimoniare la consuetudine di vicende del genere e che prima della sentenza di Noha sono state costrette a considerare fatti similari la normalità del Paese.
Noha racconta infatti di non essere stata aiutata dai passanti, malgrado dopo essersi liberata sia riuscita a reagire inseguendo il molestatore.

“Alcuni di loro hanno cercato di aiutare l’aggressore a scappare, altri cercavano di calmarmi, assicurando che l’avrebbero costretto a scusarsi e quando dicevo loro che le scuse non bastavano mi prendevano per matta. Uno mi ha persino detto: Non capisco cosa faccia una ragazza come te, qui, in mezzo agli uomini. E poi c’era chi stava lì a guardare dai balconi, come a teatro. Direte: ma non c’era nemmeno una donna? Sì, una c’era e si è avvicinata per dirmi: Lascia perdere, lascialo andare, non umiliarti in questo modo”.

Ma come riesce a spiegare con enorme delicatezza Mohamed Diab nel suo film, l’umiliazione inizia già dall’istante in cui un uomo tocca una donna contro la sua volontà. L’umiliazione è vivere nella rabbia di lasciarsi palpare sull’autobus che prendi ogni giorno per andare a lavoro, e sapere non solo di essere fisicamente impotente nel difenderti, ma essere coscienti del fatto che il Paese in cui vivi non farà mai nulla per condannare tale violenza.

Il caso di Noha fu una vittoria storica per l’emancipazione femminile in Egitto, non solo perché questa giovane donna riuscì a rivoluzionare una legge, ma perché la tenacia la premiò anche di fronte all’abbandono da parte della sua avvocatessa, Naglaa al-Imam, che nel processo d’appello difese, all’ultimo momento, il suo aggressore.

La colpa di Noha, a quanto pare fu quella di essere nativa di Jaffa, a nord di Tel Aviv: il suo ex legale infatti l’accusò di essersi inventata tutto per diffamare l’Egitto.

Cairo 678 è uscito nelle sale 2 anni dopo la conclusione della sentenza, i reati erano già diminuiti notevolmente ma dobbiamo ricordare che all’epoca dei fatti, secondo un sondaggio del Centro Egiziano per i diritti delle donne, l’83% delle donne egiziane dichiarava di subire molestie sessuali in luoghi pubblici e affollati.

In alcuni Paesi questo film, a distanza di 2 anni dall’uscita nella sale, non è ancora stato distribuito o ha avuto scarsa visibilità. In Francia è possibile vederlo in questi giorni e in Italia ha avuto esito positivo nei Festival ma non su grande schermo.

Oggi, nel nostro Paese, la rete delle donne “Se non ora quando” (Snoq), denuncia proprio in questi giorni il femminicidio, con un appello che chiede che i media cambino il segno dei racconti di quelle violenze, non li riducano a trafiletti, cancellando con le parole le responsabilità.

Sul sito, oltre a poter firmare l’appello viene chiaramente spiegata la situazione attuale della donna in Italia: sono cinquantacinque, dall’inizio di questo 2012, le donne morte per mano di un uomo. L’ultima vittima è una donna di 44 anni, di Cesena, uccisa pochi giorni fa dall’ex fidanzato con due colpi di pistola, davanti allo sguardo della figlia di 5 anni.

Sarebbe forse un bene che in un momento come questo le sale cinematografiche italiane ospitassero un film come Cairo 678, alimentando la lotta per i diritti delle donne, smuovendo gli animi e in particolar modo perché esempi come quelli di Noha Roshdi restino vivi e si ripetano nella storia e nel mondo.

E. Coccia